Accoglienza, un’occasione per crescere insieme

Mercoledì 20 Novembre presso la sala della mensa sociale di Polignano a Mare si è svolto l’evento: Accoglienza, un’occasione per crescere insieme.

All’incontro erano presenti il coordinatore Arci di Polignano Alessandro Roselli, l’operatrice Arci Giulia Fasiello, il presidente Arci Bari Luca Basso e il parroco della Chiesa di Sant’Antonio don Pinuccio Semeraro.

Quest’ultimo, tra l’altro, è stato il primo a prendere la parola, sottolineando che la paura è spesso la principale causa delle discriminazioni ma che “si è persone umane quando alla paura non si reagisce istintivamente ma quando si cerca razionalmente la causa che genera quella paura”. I rappresentanti dell’Arci avevano infatti chiesto quest’incontro per parlare con la cittadinanza polignanese del loro progetto, nato nel 2014, che si chiama “Convivialità delle differenze“. Un progetto che ha come obiettivo quello dell’integrazione e dell’abbattimento di alcuni pregiudizi a causa dei quali lo straniero, il migrante, viene visto non come un’occasione per mettersi alla prova e per imparare qualcosa di nuovo ma come qualcuno di cui avere paura è dunque da scacciare.

A questo proposito Alessandro Roselli, ha spiegato in cosa consiste il progetto Arci attraverso la risposta a tre delle domande che vengono loro poste più frequentemente, ovvero: “che cosa significa SIPROIMI?“, “Chi sono i beneficiari?“, “Quali opportunità questi progetti danno al territorio?“.

Per spiegare cosa significa l’acronimo SIPROIMI (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori accompagnati) bisogna considerare la situazione prima e dopo il decreto legge 113/2018, noto come “Decreto Salvini”. Infatti prima del decreto questi progetti avevano un altro nome e si chiamavano SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Nella differenza della denominazione c’è già tutta la differenza pratica. Infatti prima potevano accedere al progetto non solo coloro che possedevano già un permesso regolare nelle loro mani ma anche coloro che chiedevano allo stato italiano una protezione. Adesso invece in questo sistema di accoglienza ci sono solo persone che hanno già un permesso di soggiorno nelle loro mani. Quindi si riduce notevolmente il numero di coloro che possono accedere agli aiuti messi a disposizione dal Ministero dell’interno, ma che la cui fonte principale è l’Unione Europea. “Si tratta tra l’altro di aiuti che possono essere utilizzati solo per questo genere di progetti e non potrebbero essere utilizzati altrimenti – spiega Luca Bassoquindi quando in TV sentiamo dire che quei soldi sarebbero potuti servire per fare una strada o per aiutare gli italiani non è vero”.

La logica vincente di questi progetti, chiamati anche progetti ad accoglienza diffusa, è che sono costituiti da numeri piccoli e questo permette di avere una minore incidenza sul territorio. Attualmente il progetto presente su Polignano prevede 20 posti di accoglienza e attualmente ospita 12 persone: 2 nuclei familiari e 3 nuclei monoparentali (donne singole con bambini) che sono collocati in tre appartamenti in diverse zone della nostra cittadina.

Il progetto di accoglienza è stato chiesto dal Comune di Polignano a Mare, ha successivamente aperto un bando pubblico e numerose sono le opportunità che arrivano anche grazie a questo. Come ha spiegato, infatti, Alessandro Roselli, la loro associazione si interfaccia con il territorio dialogando con le attività economiche, acquistando prodotti dalle farmacie o da diversi fornitori e pagando gli stipendi ai vari operatori. Insomma tutte queste operazioni di traducono in ben centocinquanta mila euro che arrivano dall’Europa e che rimangono a Polignano.

Le persone che vengono accolte rimangono all’interno del progetto per 6 mesi durante i quali vengono seguite da educatori, psicologi e da insegnanti che li aiutano ad imparare l’italiano. La nostra società guadagna dunque molta manodopera soprattutto nel settore agricolo, che se non fosse stato per le braccia dei migranti avrebbe subito una battuta d’arresto peggiore di quella che già ha avuto. Il sud infatti si spopola sempre più velocemente ed integrare persone provenienti da altri paesi può essere per tutti noi un vantaggio.

La trasformazione degli SPRAR in SIPROIMI ha però, secondo il presidente Luca Basso, creato più insicurezza perché compito dei progetti di accoglienza è quello di rendere i migranti indipendenti, in grado di camminare sulle proprie gambe, grazie anche alla possibilità di avere un lavoro e di studiare. Dunque se aumentano le persone a cui queste possibilità non vengono date perché il motivo per cui non possono restare nel loro paese non è un motivo riconosciuto idoneo per avere il permesso di rimanere nello Stato Italiano e dunque usufruire di tutti i vantaggi di cui sopra, l’unica strada possibile spesso rimane quella della illegalità e ciò causa ancora più insicurezza nel nostro paese.

A margine dell’incontro abbiamo posto alcune domande ai referenti dell’Arci:

  1. Quali sono le difficoltà più grandi che incontrate nel vostro progetto di accoglienza? La più grande difficoltà è la risposta del territorio – mi ha risposto Alessandro Roselli – noi cerchiamo di fare dei passi verso la cittadinanza per farci conoscere, la conoscenza abbatte i muri ma a volte c’è una scarsa risposta del territorio ad accogliere.
  2. Se al termine dei 6 mesi le persone che hanno partecipato al progetto di accoglienza non hanno trovato lavoro, in che modo affrontano la situazione? I sei mesi in realtà non sono un vincolo strettissimo, abbiamo la possibilità di prorogare la permanenza quando è necessario. Il nostro obiettivo è dare l’indipendenza alle persone che accogliamo, loro vengono seguiti da un’ equipe di educatori, psicologi ed insegnanti proprio per permettergli di camminare sulle loro gambe una volta fuori dal progetto. – ha risposto sempre Alessandro, poi Giulia Fasiello ha aggiunto: un’altra delle grandi difficoltà che incontriamo è la ricerca della casa. Spesso i ragazzi escono dal progetto ed hanno un contratto a tempo indeterminato ma nonostante questo non riescono a trovare una casa in affitto perché come prima non si affittava ai meridionali, a Torino o a Milano, oggi è più difficile trovare una casa in affitto, nonostante si abbiamo maggiori garanzie a livello di busta paga, semplicemente per il proprio colore della pelle o per il proprio nome. Questo è un problema enorme perché è impossibile pensare che una persona possa compiere il proprio percorso di autonomia senza metterci il pezzo della casa.
  3. Noi italiani siamo sempre stati un popolo di migranti, i nostri nonni andavano in America in Germania o in Nord Italia per cercare lavoro e allora perché un popolo come il nostro che ha avuto bisogno di accoglienza adesso trova difficoltà ad accogliere? Memoria, cultura, paura– è la risposta di Luca Basso – l’Italia è un paese che ha fatto di tutto per perdere la memoria, ci siamo dimenticati delle migrazioni dal sud al nord Italia e non solo: Bari è stata greca, araba, francese, spagnola, normanna ed ha ospitato gli armeni e gli albanesi che oggi sono perfettamente integrati. Dovremmo solo provare ad imparare dal quotidiano degli altri ed a capire che i valori sono gli stessi. E poi c’è la paura. Qual è la principale differenza tra un immigrato e un cittadino italiano? – chiede Luca Basso- l’immigrato non vota e non potrà mai “vendicarsi” nelle urne e votare per qualcun altro. L’art. 10 della Costituzione dice che l’Italia ha l’obbligo di dare a chi nel proprio paese non ha diritti, gli stessi diritti garantiti nella Costituzione italiana, ha l’obbligo di dare asilo a queste persone. Questo articolo lo abbiamo insegnato a tutta l’Europa e adesso ce ne siamo dimenticati per una questione di cultura e di memoria e adesso la paura è uno strumento politico molto importante. Anche i giornali sfruttano la paura, basta cambiare un aggettivo per rendere una notizia diversa. Ad esempio se c’è un caso in cui due genitori si separano e il padre porta con sé la bambina, pur rimanendo in Italia, quindi è qualcosa che accade comunemente anche nelle famiglie italiane, un giornale titola: lite in una famiglia marocchina, il papà scappa con la bambina. Ma che bisogno c’era di dire che la famiglia era marocchina? Perché dire così equivale a dire “noi italiani queste cose non le facciamo” ma vogliamo parlare dei femminicidi? Quante donne vengono uccise da italiani? Partiamo da noi, da quali sono i nostri limiti e le nostre diffidenze e cerchiamo di capire cosa possiamo fare per diventare migliori -conclude Luca – questo è quello che vi chiediamo. Fidatevi di chi viene a Polignano e nella sfortuna ha avuto la fortuna di avere una possibilità di integrazione.

Enrica Benedetti

Ascolta l’intervento in diretta radio

Riascolta il racconto radiofonico dell’evento fatto da Enrica Benedetti durante la 66° puntata del Radio Incontro News in onda ieri pomeriggio sulla frequenza 93.9.

Autore dell'articolo: Redazione Radio Incontro