Ventuno racconti contro il Coronavirus: tra i vincitori anche Chiara Pepe

Gli uomini e le donne di buona volontà” è il titolo del racconto scritto da Chiara Pepe, selezionato nel concorso letterario “L’amore al tempo dei Corona Virus”, indetto dalla casa editrice Giacovelli.

Il racconto, insieme ad altri venti, sarà inserito nell’antologia “L’unico vaccino è l’amore” (Ed. Giacovelli). Ventun racconti contro il Coronavirus: infatti parte del ricavato delle vendite sarà donato alla ricerca.

Laureata in Scienze storiche con lode, Chiara dal 2017 ricopre l’incarico di assessora alla Polizia Locale del Comune di Polignano a Mare. Dal 2013 al 2014 ha collaborato con la Fondazione Pino Pascali, in qualità di operatrice museale. Oltre ad aver partecipato a convegni nazionali e internazionali in qualità di relatrice, ha al suo attivo alcune pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali e internazionali. Dal 2014 fino al 2017 è stata direttrice di produzione dell’International Campus Musica. È autrice di due libri editati da Les Flaneurs: “Confessioni di donne” (2017) e “Voci dal mondo antico” (2019).

Chiara Pepe con i testi pubblicati per Les Flaneurs

Abbiamo intervistato Chiara per conoscere alcuni dettagli di questa sua nuova esperienza in ambito letterario, ma non solo…

Chiara, come stai vivendo questo periodo d’emergenza?

«È una situazione nuova e del tutto imprevista. All’inizio la paura è stata tanta, ma la paura dovrebbe essere uno stimolo per reagire. Quindi, ho subito messo in pratica le misure di sicurezza indicate dal governo e dagli esperti. Piuttosto che vivere la quarantena come un periodo di prigionia, ho cercato di approfittare del tempo trascorso a casa per lavorare e studiare in maniera serena e produttiva».

Se non ricordo male l’anno scorso stavi svolgendo una supplenza presso una scuola a Gravina di Puglia. Quando è iniziata l’emergenza Covid-19 avevi finito il tuo incarico o continui ancora?

«Si, mi è stata assegnata una supplenza breve presso un Istituto comprensivo con sede a Gravina e a Poggiorsini. È stata un’esperienza che mi ha permesso di conoscere in maniera più approfondita la realtà scolastica. Adesso sto proseguendo con la didattica a distanza. Anche se ritengo che insegnare attraverso un monitor sia spersonalizzante, questa soluzione ci ha permesso di proseguire con la didattica. L’insegnamento richiede un rapporto diretto tra docente e studenti, non è sufficiente spiegare concetti, argomentare, interrogare e fare verifiche. Bisogna guardarsi negli occhi, sviluppare un approccio empatico, conoscere gli studenti nella loro quotidianità e condividere emozioni che spesso non traspaiono da uno schermo. La cosa che più mi manca è entrare in classe, guardare i ragazzi in volto e attendere con entusiasmo quello che la nuova lezione ha da insegnarci, a loro e a me, perché ogni insegnamento è anche apprendimento. Di fatti, ogni interazione genera situazioni che sono sempre diverse e che sono utili occasioni per imparare qualcosa su di sé e sugli altri.»

Chiara Pepe

In che modo riesci a conciliare i numerosi impegni con la scrittura?

«La scrittura è catartica. Aiuta a rendere leggere le cose che possono non esserlo. La scrittura è anche un modo per interrogare sé stessi e cercare delle risposte. Gli impegni sono tanti, è vero, ma scrivere aiuta a vedere le cose in maniera diversa, a diluirle per renderle più comprensibili. Le mie giornate sono sempre piene di impegni, ma considero gli impegni attività stimolanti. Mi piace mettermi in discussione, ecco perché fare diverse cose non mi pesa, anzi, mi induce a sperimentare. Mi piace studiare, analizzare le cose, lavorarci sopra e raggiungere degli obiettivi. Tuttavia, ci tengo a non mescolare le cose in maniera caotica, per questo organizzo in maniera attenta e oculata le diverse attività, cercando sempre di essere produttiva. Un mio grande difetto è l’horror vacui: non mi piace stare senza far nulla!»

Entriamo nel vivo del tuo racconto: “Gli uomini e le donne di buona volontà”, come è nato? 

«Il racconto “Gli uomini e le donne di buona volontà” è nato per caso ed è stato scritto in due giorni. È stata una sfida, perché solitamente non scrivo racconti, ma biografie romanzate di personaggi storici e della letteratura. L’idea del concorso mi è stata suggerita da un amico, che ringrazio. All’inizio ho subito scartato l’idea di partecipare, avevo troppe scadenze e non volevo sottrarre tempo alle altre attività. Poi, però, una sera di fine marzo, dopo una serie di giornate molto intense, ho sentito la necessità di comunicare quello che avevo dentro, così ho iniziato a scrivere qualche rigo. Le parole sono venute fuori quasi spontaneamente (ho scoperto che questa cosa succede quando vorrei comunicare alcune cose ma non riesco a farlo) allora, quando le parole si sono disposte in maniera più organica, ho deciso di completare il racconto e partecipare al concorso. Il titolo si ispira ad una frase che tempo fa sentii pronunciare ad una persona molto cara. Quindi, possiamo dire che il titolo è un omaggio a questa persona.»

Ci puoi anticipare un po’ la trama?

«Nel racconto ho cercato di dare voce alle paure di un bimbo e all’insicurezza di una madre che si trovano a vivere l’emergenza covid-19. Il covid fa paura ma la paura non deve paralizzare, perché il mondo e quelli che lo abitano sono spesso migliori di quello che pensiamo.»

Credi che quest’emergenza, che ha coinvolto il mondo intero, veramente ci lascerà qualche insegnamento? 

«Le emergenze accadono. Viviamo in un mondo precario che è sopravvissuto a diverse situazioni critiche e sopravvive ogni giorno, con impegno. Le situazioni non accadono perché vogliono insegnarci qualcosa. Siamo noi che dobbiamo considerarle un’occasione per prendere atto che siamo creature vulnerabili. Non siamo onnipotenti, né possiamo pretendere di avere certezze dalla medicina e dalla scienza. Perché la medicina e la scienza sono fatte dagli uomini e gli uomini sono tutti fallibili. Quello che possiamo fare è fare quello che hanno fatto altri prima di noi: ingegnarsi, affrontare il nuovo e conoscerlo per poter imparare a conviverci. Quando si verificano situazioni di grande emergenza, non dobbiamo aspettare che la soluzione cada dall’alto. La soluzione non è preconfezionata, non esiste a priori. Va costruita. È un lavoro di ricerca, di studio, di cooperazione in cui ognuno fa la sua parte. Tutti siamo chiamati a fare la nostra parte. Le emergenze ci ricordano che siamo fallibili, ma che siamo anche creature intelligenti in grado di affrontare le sfide e superarle. Dopo tutto, dalla scoperta del fuoco, ne abbiamo fatta di strada!»

Silvana Algeo  

Autore dell'articolo: Redazione Radio Incontro