Da Toronto a Foggia, il ricercatore polignanese Laselva torna in Puglia

Studia a Bari ma si perfeziona a Toronto e dopo oltre due anni torna in Puglia per lavorare a Foggia. E’ la storia di un giovane ricercatore polignanese, il dott. Onofrio Laselva, che a fine mese rientrerà in Italia e continuerà qui la sua attività. Classe 1988, presso l’Università degli Studi di Bari consegue nel 2013 la laurea magistrale in Biologia sanitaria e nel 2017 il dottorato di ricerca in Fisiologia, indirizzando i propri studi su nuove molecole per un farmaco curativo della fibrosi cistica. Con questo bagaglio culturale Onofrio decide di trasferirsi in Canada per continuare a svolgere all’estero la sua attività di ricerca. Un altro esempio della c.d. fuga dei cervelli, che però in questo caso racconta anche di un ritorno. Noi di Radio Incontro abbiamo deciso di intervistarlo.

Dott. Laselva lei è uno dei famosi “cervelli in fuga”, i ragazzi che pur avendo studiato nella nostra Italia decidono di cercare fortuna all’estero. Cosa l’ha spinta ad andare in Canada per lavorare? Cosa ha il Canada che manca all’Italia?

“Innanzitutto, dopo aver terminato gli studi, ho preferito continuare il mio percorso formativo e lavorativo all’estero per migliorare ulteriormente. Il Canada è stata una scelta casuale, non ho scelto la nazione ma ho scelto la persona con la quale volevo lavorare, ovvero la prof.ssa Christine Bear, una delle migliori a livello mondiale, nel campo della fibrosi cistica. Il Canada ha sicuramente dei centri di ricerca avanzati, strumenti all’avanguardia e tanto personale per poter fare una buona ricerca. Purtroppo, per mancanza di fondi, non abbiamo tutto ciò in Italia”.

Come è stata la sua esperienza all’estero? Di cosa si è occupato in questi anni? Ha fatto qualche altra esperienza lavorativa in altri paesi oltre al Canada?

“Ad oggi ho due esperienze all’estero, una di 10 mesi presso l’Università degli Studi di Lisbona (Portogallo) ad una presso l’Ospedale Pediatrico (The Sick Children Hospital) di Toronto (Canada). Io essenzialmente mi occupo della terapia personalizzata per i pazienti affetti da fibrosi cistica. In particolar modo, mediate l’utilizzo delle cellule nasali o staminali (dal prelievo del sangue), cerchiamo di determinare a quale farmaco un determinato paziente risponderebbe. Purtroppo la fibrosi cistica, così come altre patologie come i tumori, non ha una terapia standard che potrebbe esser utilizzata per tutti i pazienti. Pertanto è necessario testare in vitro (in laboratorio) a quali farmaci il paziente risponde. In poche parole, si evita la somministrazione di farmaci che non funzionerebbero in un determinato paziente”.

Come funziona la ricerca scientifica in Canada? Vengono date maggiori risorse, anche economiche, ai ricercatori rispetto a quanto avviene in Italia?

“Sicuramente ci sono molte più risorse economiche rispetto l’Italia. Allo stesso tempo è anche molto diversa la mentalità dei cittadini canadesi. Parecchie persone, andando a fare una semplice spesa al supermercato, donano soldi per la ricerca. Seppur soli 5 dollari, c’è sempre un contributo giornaliero da parte di tanti cittadini che aiutano la ricerca”.

Il dott. Onofrio Laselva presso l’ospedale pediatrico the Sick Children Hospital a Toronto in Canada

Quali sono stati i momenti più difficili durante questa sua esperienza? Ha mai desiderato ritornare in Italia e poter lavorare qui per restare accanto ai suoi affetti, alla sua famiglia?

Ci sono stati tantissimi momenti difficili. In primis, quando non sono riuscito a tornare in Italia per il matrimonio dei miei cugini, dei miei amici, per i battesimi. Gli eventi importanti nel corso della nostra vita. Quindi sicuramente la lontananza è una grandissima difficoltà! Nonostante ciò, non ho mai desiderato ritornare in Italia perché ero cosciente del fatto che questa esperienza professionale mi sarebbe servita per il mio futuro! Ovviamente, ci sono anche tanti momenti difficili a lavoro perché interagisco quotidianamente con persone che hanno una cultura completamente diversa dalla mia; oltre alla lingua!”

Questo è un periodo molto particolare per il mondo, siamo nel bel mezzo di una vera e propria pandemia e spesso nei Tg si sente dire che la ricerca per sconfiggere determinate malattie viene sospesa per interessi di natura economica: ad esempio la ricerca sul coronavirus SARS è stata sospesa ma quel virus era molto simile all’attuale Covid-19. Se la ricerca fosse continuata per il virus SARS adesso avremmo avuto maggiori informazioni per combattere il Covid-19. E’ necessario a livello mondiale cambiare qualcosa per favorire la ricerca ? Come si possono bilanciare gli interessi di natura economica con il diritto alla salute e alla ricerca scientifica?

“Esattamente come hai detto tu, è un problema mondiale. Purtroppo la ricerca viene sottovalutata e spesso non le si da la giusta importanza, fino a quando non serve realmente… come oggi per il COVID-19! Attualmente, le nazioni di tutto il mondo hanno stanziato tantissimi miliardi (inclusa l’Italia) per effettuare la ricerca per la cura di questa sindrome respiratoria acuta. Sicuramente in tutto il mondo si dovrebbe dare più importanza alla ricerca. Oltre ad esserci più raccolte di fondi per sostenere la ricerca scientifica, questi fondi dovrebbero esser destinati sia alla caratterizzazione di virus pandemici (anche dopo che tutto questo sarà terminato) sia per altre patologie. Non bisogna ricordarsi della ricerca solo nel momento del bisogno. E magari, dare anche più possibilità lavorative ai ricercatori. Soprattutto in Italia c’è molto precariato per la ricerca e a volte i ricercatori lavorano “gratuitamente” per semplice amore per la ricerca!”

Come ha vissuto l’esperienza del Coronavirus in Canada? Le misure di lockdown sono restrittive come in Italia?

“In Canada, purtroppo, il lockdown non è rigido come in Italia in quanto non abbiamo un numero elevatissimo di pazienti positivi per il COVID. Allo stesso tempo, il Canada non ha eseguito un numero elevato di test come l’Italia. Io sinceramente non ho mai smesso di lavorare, in quanto sono stato nominato lavoratore essenziale. Dopo opportuni controlli, ho avuto un accesso particolare dall’ospedale che mi permette di continuare a lavorare. Inoltre, come in Italia, tantissime persone escono con la scusa di fare sport, di fare una passeggiata oppure per andare al supermercato per comperare un solo prodotto! Come si dice, tutto il mondo è paese! Da questo punto di vista, credo che l’Italia abbia saputo gestire meglio la pandemia rispetto al Canada ed altre nazioni.

Sappiamo che per fine mese ha deciso di ritornare in Italia. Cosa l’ha spinta a ritornare? Di cosa si occuperà in Italia adesso? E a proposito di Coronavirus, dovrà rispettare delle precauzioni prima di poter “riabbracciare” i suoi amici e la sua famiglia?

Sin dall’inizio di questa mia esperienza, il mio obiettivo finale era quello di tornare in Italia. A fine mese (sempre se non cancellano ulteriormente i voli), dovrei tornare in Italia. Ho appena superato un concorso di ricercatore universitario presso il dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Foggia. Dovrei continuare a svolgere la mia ricerca nel campo della fibrosi cistica importando nuove metodiche che ho acquisito durante questo mio periodo in Canada. Inoltre, dovrei anche insegnare il corso di Patologia Generale per le professioni sanitarie della facoltà di Medicina. Nonostante le nuove normative, tornato in Italia farò le due settimane di quarantena presso un B&B e successivamente potrò rivedere e riabbracciare la mia famiglia ed i miei amici. Quindi prima le dovute precauzioni e poi il piacere!”

Che consiglio vuole dare ai giovani ricercatori? Quale è stato il suo “motto” durante gli anni di studio e gli anni di lavoro? C’era qualcosa che la spingeva a superare tutte le difficoltà?

“Sicuramente ci vuole molta determinazione. Questo lavoro è molto sacrificante in quanto non esistono ore e giorni definiti. Ci sono giorni in cui si lavora 10-14 ore e settimane in cui si lavora tutti i 7 giorni (inclusi i giorni festivi). Nonostante ciò, è un lavoro che ti appaga molto, i risultati ottenuti, possono migliorare la vita di molti pazienti. Quindi per poter svolgere questo lavoro, bisogna realmente amare la ricerca”.

Soprattutto in questi mesi abbiamo potuto notare quanto i giovani ricercatori siano essenziali per il nostro paese e quanto i ricercatori italiani siano bravi e preparati: non dimentichiamoci che le prime in Europa ad isolare il Covid-19 sono state tre ricercatrici italiane dello Spallanzani di Roma. Siamo dunque felici che il dott. Onofrio Laselva sia riuscito a tornare in Italia per svolgere il suo lavoro con un bagaglio scientifico importante grazie anche alla sua esperienza all’estero. Non ci resta che augurargli buona fortuna. E tutto sommato, augurarla a lui significa un po’ augurarla a tutta l’Italia, ai giovani che come lui sono e saranno essenziali per il nostro futuro. Speriamo che questa pandemia ci abbia aiutati a capirlo.

Enrica Benedetti

Autore dell'articolo: Redazione Radio Incontro